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sabato 16 giugno 2012
ROMA: LAGO A PIAZZA NAVONA
IL LAGO DI PIAZZA NAVONA
In una delle piazze più belle di Roma il 23 giugno del 1652 papa Innocenzo X inaugurò la consuetudine di far allagare la piazza per far divertire e rinfrescare i Romani durante la calura estiva. Tutti i sabati e le domeniche di agosto le fontane venivano chiuse e l'acqua poteva debordare allagando la piazza che si trasformava quindi in un “lago”. Il fondo della piazza così come lo vediamo ora non renderebbe più possibile una simile operazione, in quanto ora la piazza ha un andamento convesso, datole dalla pavimentazione realizzata dopo il 1870. Precedentemente invece la piazza era concava e questo favoriva l'allagamento. L'acqua difficilmente poteva superare i 50 cm di altezza eppure la fantasia dei romani ha creato su questo lago tutta una serie di aneddoti che raccontano di tuffi e affogamenti.
Questo divertimento era molto amato dai romani, sia nobili che popolani. I primi accorrevano in carrozza e si racconta di gare in sfarzo tra le varie famiglie romane che pare facessero scorrazzare per la piazza carrozze a forma di gondole, navi di legno o cartapesta, addirittura piccoli vascelli con vele e rematori. I popolani si immergevano per farsi il bagno, per fare scherzi e giocare e da un editto che proibiva di spogliarsi possiamo immaginare che si denudassero per fare il bagno.
Nel 1676 questa usanza fu però sospesa perchè si temeva che contribuisse a causare epidemie e malattie. Ma nel 1703 il medico privato del papa, Giovanni Maria Lancisi, dopo un attento esame, sentenziò che l'acqua non sarebbe stata causa di infezioni se la piazza fosse stata preventivamente pulita. E quindi in quell'anno si riprese la tradizione anche in onore della regina di Polonia in visita a Roma.
Alle finestre dei palazzi c'erano persone che guardavano questo spettacolo meraviglioso, e musici suonavano in mezzo alla piazza. Addirittura fu avanzato un progetto che prevedeva la costruzione di gradinate tutte intorno alla piazza per far sedere gli spettatori.
L'ultimo allagamento di cui si ha notizia risale al 1865.
Giggi Zannazzo ci racconta così questo spettacolo meraviglioso: "Tutti li sabbiti e le domeniche d’agosto, s’atturava la chiavica de la funtana de mezzo de piazza Navona, e la piazza ch’era fatta a scesa, s’allagava tutta. Che bber divertimento! La mmatina ce s’annava in carozza, o in carettella. Io m’aricordo d’essece ito co’ mmì’ padre a sguazzà’ in de ll’acqua, pe’ ffa’ sciacquà’ le róte infangate de la carozza, quanno aritornamio da le grotte de Testaccio. La domenica, doppo pranzo poi, in un gran parco piantato sotto ar palazzo Doria, fra er portone e Ssant’Agnesa, c’era la bbanda de li pompieri che ssônava ’na mucchia de sônate p’arillegrà’ la ggente. Intorno a llago c’ereno ’na quantità dde cocommerari co’ le loro scalette piene de cocommeri che strillaveno: «Curete, pompieri, che vva a ffôco!»
E ppoi mosciarellari, brusculinari, mandolari; regazzini che se pijaveno a spinte e sse bbuttaveno in de ll’acqua; ggente che ppe’ scherzo se la schizzàveno in faccia: urli, strilli, risate da nun dì, ecco ch’édera e’ llago de piazza Navona."
Foto: Dipinto di Giovanni Paolo Pannini
Festa del Lago di piazza Navona - 1756
Niedersächsisches Landesmuseum - Hannover
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venerdì 11 maggio 2012
LA FONTANA DELLE API : Via Veneto ROMA
LA FONTANA DELLE API (Via Veneto)
La fontana delle Api fu realizzata nel 1644 da Gian Lorenzo Bernini e assolveva in origine la funzione di “beveratore delli cavalli”. Aveva la forma di una conchiglia aperta e il getto d'acqua usciva da tre grosse api, simbolo araldico della casata dei Barberini.
Fu infatti Urbano VIII, Barberini, a commissionare questa fontana, come recitava l'iscrizione: “Il Sommo Pontefice Urbano VIII, costruita una fontana a pubblico ornamento dell’Urbe, a parte fece fare questo fontanile per uso dei cittadini nell’anno 1644, ventiduesimo del suo pontificato”.
In realtà la fontana fu eretta mesi prima lo scadere del XXI pontificato e l'inizio del XXII e questa scritta fu quindi oggetto di aspre dicerie da parte dei romani tanto che Pasquino scrisse: “Havendo li Barberini succhiato tutto il mondo, ora volevano succhiare anche il tempo”. Tutta questa polemica portò all'abrasione dell'ultima cifra dell'iscrizione ma Urbano VIII non arrivò comunque a celebrare il suo XXII anno di Pontificato: morì otto giorni prima, il 29 luglio 1644.
Le dicerie su questa fontana non si fermarono comunque e fu chiamata dai Romani la Fontana delle “Mosche”: i romani notavano come le api succhiassero acqua abbondantemente ma la restituissero solo in piccoli getti. Era una chiara allusione alle tasse salate che pagavano.
La Fontana originariamente si trovava addossata al palazzetto di proprietà di Nicolò Soderini, tra la Via Sistina (Via Felice) e Piazza Barberini. Nel 1867 fu fatta smontare perchè di intralcio al traffico.
Dopo un lunghissimo periodo di giacenza nei depositi comunali si decise di ricostruirla ma la maggior parte dei pezzi non fu più ritrovata. Si commissionò quindi una copia allo scultore Adolfo Apolloni, che la realizzò in travertino, e si collocò la nuova fontana nell'attuale sede di Via Veneto
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venerdì 19 novembre 2010
PORTA MAGICA DI PIAZZA VITTORIO
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Nel popoloso ed antico quartiere dell'Esquilino, tra i grandi palazzi arricchiti da portici ed arcate che risalgono alla fine del 1800, quando la capitale venne spostata da Torino a Roma ed una gran parte dei burocrati torinesi si trasferi nella città eterna in questo nuovo quartiere ideato apposta per loro, su un lato del giardino situato al centro della Piazza Vittorio Emanuele - detta semplicemente Piazza Vittorio - esiste ancora qualche vestigia della famosa Porta Magica o Porta Alchemica, un'altra delle singolari e celebri leggende della città.
La Porta faceva parte di villa Palombara, proprietà del Marchese di Pietraforte, eretta su un'area decisamente più vasta, appartenuta a Papa Sisto V, pontefice dal 1585 al 1590, che vi fece costruire una splendida villa adornata di statue e fontane, su vestigia di età romana già preesistenti, alcune risalenti addirittura al VII secolo A.C., e sui resti del Ninfeo di Alessandro Severo (III secolo), conosciuto come i Trofei di Mario, che raccoglieva le acque degli acquedotti per confluirle al centro della città attraverso canali di distribuzione. Il Ninfeo era un luogo di culto delle ninfe, una grotta naturale o artificiale con acqua sorgiva, con giochi d'acqua, abbellita da volte, colonnati, portici, statue e mosaici.
Ritornando alla Porta Magica e al Marchese, è necessario delineare la figura di questo nobile, innamorato della meditazione, della natura e dello studio dei testi antichi, per lui così affascinanti. Sotto il terreno di una delle sue vigne aveva ritrovato i resti di un'antica riproduzione di epoca romana del discobolo di Alcamene e l'aveva posto al centro dei ruderi del ninfeo. In gran segreto, essendo attirato dall'esoterismo e dalla perfezione, ritenendo il mondo in cui viveva fatuo ed imperfetto, praticava l'alchimia cercando di riuscire nella
difficile arte di trasmutazione degli elementi. Sembra fosse membro dei Rosacroce, una famosa setta esoterica, in cui solo gli iniziati potevano accedere ai misteri dell'occulto, che agli inizi del XVII secolo era tornata in auge dopo un periodo di declino e nel suo personale laboratorio teneva incontri con altri alchimisti, che sovvenzionava e faceva esperimenti lui stesso.Conobbe la regina Cristina di Svezia, che si era definitivamente stabilita a Roma dove proteggeva artisti e scienziati e che aveva fondato un'importante Accademia da cui nacque l'Arcadia. Anch'essa era un'appassionata ricercatrice in questo campo e quindi i due legarono subito e spesso si videro nel laboratorio del Marchese per penetrare tutti i segreti dell'alchimia.
Si sa di certo che un giorno il Marchese venne a contatto con un alchimista medico, Giuseppe Borri, anch'egli esperto di queste arti che, alla ricerca della pietra filosofale, fece molti esperimenti, ma che sparì improvvisamente dalla vita del Marchese, lasciando le sue formule che nessuno però fu in grado di decifrare. E quindi Palombara pensò di riprodurle sulla porta del suo laboratorio, a perenne memoria. Secondo una seconda versione, fu invece Borri stesso ad inciderle sulla porta prima di partire.
Secondo un'altra leggenda, invece, il Marchese avrebbe conosciuto casualmente uno sconosciuto, seguace delle stesse arti, che gli consigliò di scrivere sul marmo le verità apprese ariguardo della pietra filosofale di cui era alla ricerca e che sembrava interessare anche il nobile romano.
Lo sconosciuto si fece rinchiudere nel laboratorio del Marchese e quando egli cercò di entare dopo molte ore trovò che se ne era andato lasciando dietro di sè tracce di oro... forse l'aveva scoperto ed aveva portato via con sè il supremo segreto...
Nonostante l'infelice risultato, questo incontro fu illuminante per il Marchese: secondo il suo sentire e sapere tutte le ricerche relative all'Arte dell'Alchimia non erano riferite ai metalli ma alle realtà interiori e la pietra filosofale non era altro che la Ragione, l'elemento interiore che poteva trasformare tutte le potenze vitali in verità e luce...
Sta di fatto che la Porta Magica, o per meglio dire Porta Alchemica, comprende dieci iscrizioni: una sulla soglia che recita: "Si sedes non is (se vai non siedi)" che poteva essdere interpretata al contrario come: "Se non siedi, vai", ad intendere che bisognava perseverare nel proprio percorso, a prescindere dalla direzione. Sopra la porta c'è un grosso disco con una stella a sei punte con il motto Tri sunt mirabilia Deus et Homo , Mater et Virgo, Trinus et unus", vale a dire:"Tre sono le cose mirabili: Dio e Uomo, la Madre e la Vergine, l'Uno e il Trino". Sopra la stella c'è un cerchio con una croce cin la scritta: "Centrum in trigono centri" ("Il centro è nel triangolo del centro"). In alto sullo stipite, una scritta in ebraico che significa "Spirito Divino" e sotto una frase che richiama a Giasone e al Vello d'oro che i seguaci dell'alchimia interpretavano come la pietra filosofale. Sullo stipiti sono riportati i simboli dei pianeti e la relativa corrispondenza ad un metallo ed ad un dio:
(Saturno e il piombo - Giove e lo stagno - Marte e il ferro - Venere e il rame - Mercurio ed il mercurio - Apollo, cioè il Sole e l'oro - e frasi alternate che riferite sempre allegoricamente all'alchimia.
Sulla parte inferiore dello stipite è impressa una monade - termine greco che indica l'unità da cui si originano i numeri e le cose, talora usato perdefinire il principio divino come unità suprema e successivamente l'unità minima e indivisibile della sostanza spirituale di cui tutte le cose sono composte - ed un'altra frase: " L'opera del vero saggio è aprire la terra, affinché germogli per la salvezza dell'uomo"
Tutto queste incisioni forse potrebbero riferirsi, oltre che a un semplice accesso fisico oltre la porta, soprattutto ad un acesso ad un livello interiore ad un superiore stato di perfezione dello spirito, requisito indispensabile per i seguaci della setta dei Rosacroce condizione che, secondo i principi rosacrociani, era una condizione irrinunciabile per accedere ai segreti alchemici.
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Simboli dei RosaCroce | ||
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