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mercoledì 17 gennaio 2018

Santo Antonio abate e la Tradizione



detto anche sant'Antonio il Grande, sant'Antonio d'Egitto, sant'Antonio del Fuoco, sant'Antonio del Deserto, sant'Antonio l'Anacoreta (Qumans, 251 circa – deserto della Tebaide, 17 gennaio 357), è stato un abate ed eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati.

A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, abbà, si consacrarono al servizio di Dio. La sua vita è stata tramandata dal suo discepolo Atanasio di Alessandria. È ricordato nel Calendario dei santi della Chiesa cattolica e da quello luterano il 17 gennaio, ma la Chiesa ortodossa copta lo festeggia il 31 gennaio che corrisponde, nel loro calendario, al 22 del mese di Tuba.

La vita di Antonio abate è nota soprattutto attraverso la Vita Antonii pubblicata nel 357 circa, opera agiografica scritta da Atanasio, vescovo di Alessandria, che conobbe Antonio e fu da lui coadiuvato nella lotta contro l'arianesimo. L'opera, tradotta in varie lingue, divenne popolare tanto in Oriente quanto in Occidente e diede un contributo importante all'affermazione degli ideali della vita monastica. Grande rilievo assume, nella Vita Antonii la descrizione della lotta di Antonio contro le tentazioni del demonio. Un significativo riferimento alla vita di Antonio si trova nella Vita Sancti Pauli primi eremitae scritta da san Girolamo negli anni 375-377. Vi si narra l'incontro, nel deserto della Tebaide, di Antonio con il più anziano Paolo di Tebe. Il resoconto dei rapporti tra i due santi (con l'episodio del corvo che porta loro un pane, affinché si sfamino, sino alla sepoltura del vecchissimo Paolo per opera di Antonio) vennero poi ripresi anche nei resoconti medievali della vita dei santi, in primo luogo nella celebre Legenda Aurea di Jacopo da Varazze.

Antonio nacque a Coma in Egitto (l'odierna Qumans) intorno al 251, figlio di agiati agricoltori cristiani. Rimasto orfano prima dei vent'anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare, sentì ben presto di dover seguire l'esortazione evangelica: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi e dallo ai poveri". Così, distribuiti i beni ai poveri e affidata la sorella a una comunità femminile, seguì la vita solitaria che già altri anacoreti facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.

Si racconta che ebbe una visione in cui un eremita come lui riempiva la giornata dividendo il tempo tra preghiera e l'intreccio di una corda. Da questo dedusse che, oltre alla preghiera, ci si doveva dedicare a un'attività concreta. Così ispirato condusse da solo una vita ritirata, dove i frutti del suo lavoro gli servivano per procurarsi il cibo e per fare carità. In questi primi anni fu molto tormentato da tentazioni fortissime, dubbi lo assalivano sulla validità di questa vita solitaria. Consultando altri eremiti venne esortato a perseverare. Lo consigliarono di staccarsi ancora più radicalmente dal mondo. Allora, coperto da un rude panno, si chiuse in una tomba scavata nella roccia nei pressi del villaggio di Coma. In questo luogo sarebbe stato aggredito e percosso dal demonio; senza sensi venne raccolto da persone che si recavano alla tomba per portargli del cibo e fu trasportato nella chiesa del villaggio, dove si rimise.

In seguito Antonio si spostò verso il Mar Rosso sul monte Pispir dove esisteva una fortezza romana abbandonata, con una fonte di acqua. Era il 285 e rimase in questo luogo per 20 anni, nutrendosi solo con il pane che gli veniva calato due volte all'anno. In questo luogo egli proseguì la sua ricerca di totale purificazione, pur essendo aspramente tormentato, secondo la leggenda, dal demonio.

Con il tempo molte persone vollero stare vicino a lui e, abbattute le mura del fortino, liberarono Antonio dal suo rifugio. Antonio allora si dedicò a lenire i sofferenti operando, secondo tradizione, "guarigioni" e "liberazioni dal demonio".

Il gruppo dei seguaci di Antonio si divise in due comunità, una a oriente e l'altra a occidente del fiume Nilo. Questi Padri del deserto vivevano in grotte e anfratti, ma sempre sotto la guida di un eremita più anziano e con Antonio come guida spirituale. Antonio contribuì all'espansione dell'anacoretismo in contrapposizione al cenobitismo.

Ilarione (291-371) visitò nel 307 Antonio, per avere consigli su come fondare una comunità monastica a Majuma, città marittima vicino a Gaza dove venne costruito il primo monastero della cristianità in Palestina.

Nel 311, durante la persecuzione dell'imperatore Massimino Daia, Antonio tornò ad Alessandria per sostenere e confortare i cristiani perseguitati. Non fu oggetto di persecuzioni personali. In quell'occasione il suo amico Atanasio scrisse una lettera all'imperatore Costantino I per intercedere nei suoi confronti. Tornata la pace, Antonio, pur restando sempre in contatto con Atanasio e sostenendolo nella lotta contro l'arianesimo, visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove, pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento, morì, all'età di 105 anni, probabilmente nel 356. Venne sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto.


Il vino è un elemento fortemente simbolico per l’Europa cristiana, non solo grazie all’Eucarestia ma anche per la contrapposizione che evoca con il mondo islamico. Ma c’è un cibo, ben più semplice e all’apparenza povero, che è diventato un elemento di identità religiosa: il maiale. Né gli ebrei né i musulmani mangiano maiale: questa carne diventa dunque caratteristica della cultura europea e cristiana, che come sappiamo è priva di divieti alimentari, aperta per sua natura alla conoscenza, alla sperimentazione, a mangiare semplicemente quello che abbiamo a disposizione.

Il maiale è una grande fonte di nutrimento. Si mangia la sua carne; dalla sua lavorazione si ottengono salsicce e insaccati di vario tipo; il suo grasso, il lardo, si utilizza come condimento, in alternativa all’olio e al burro; dalle sue cosce stagionate si ricavano prosciutti gustosi; la cotenna insaporisce i fagioli; si utilizza il suo sangue per fare il sanguinaccio; con le setole si fanno pennelli.  C’è un modo di dire: “Del maiale, non si butta niente”. E’ vero: animale molto prolifico, è diventato ben presto il re sulle tavole contadine dell’Europa.

Oggi forse appare un po’ fuori moda, in una cucina come quella contemporanea, tutta orientata a cibi leggeri e raffinati. Ma nella cultura cristiana il maiale è stato sempre visto con simpatia, al punto che lo troviamo nell’iconografia di un grande santo: Sant’Antonio Abate, padre del  monachesimo orientale. Nato in Egitto verso il 250, si ritirò nel deserto dove visse per più di ottant’anni, attirando fedeli grazie alla sua fama di santità e combattendo con il demonio, che lo perseguitò con durissime prove. Sul suo esempio nacquero tante vocazioni alla vita eremitica, dando vita ad un movimento che ancora oggi fa sentire il suo influsso. E’ un santo molto popolare, a lui sono dedicate chiese ed è patrono di tante città.

Ma perché è raffigurato con il maialino? Ci sono leggende che si mescolano alla storia. Pare che si debba risalire all’antico Ordine ospedaliero degli Antoniani, che curava l’herpes zoster con un unguento ricavato dai maiali. Proprio quel collegamento con la guarigione dal male chiamato ancora oggi “fuoco di sant’Antonio”, ma anche l’episodio che vede il Santo recarsi all’inferno per contendere al demonio le anime dei peccatori,  ha fatto del santo eremita anche il patrono di quanti lavorano con il fuoco. Il maiale e il fuoco sono dunque al centro dei festeggiamenti nel giorno della sua memoria liturgica, il 17 gennaio: è tradizione benedire gli animali domestici e le stalle e accendere i cosiddetti “falò di Sant’Antonio”, 
segnando il passaggio dall’inverno all’imminente primavera.

Quindi eccolo qua il nostro maialino, accanto a sant’Antonio Abate. Animale semplice ma degno di entrare nelle chiese, di essere scolpito accanto al santo nelle statue, di essere raffigurato in grandi quadri o immaginette. Molti animali entrano nelle chiese, con alti significati simbolici: l’aquila, la colomba, l’agnello. Il maiale cosa rappresenta? Solo sé stesso. A maggior ragione, è segno caratteristico della religione cattolica: rifiutato dagli ebrei e dai musulmani, 
ottiene grande successo tra i cristiani.

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